Sospetti e veleni: il doping sta uccidendo lo sport

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C’era una volta lo sport. Una parola la cui etimologia risale agli antichi Romani. In latino il verbo ‘deportare’ significava letteralmente ‘uscire fuori porta’, cioè recarsi fuori dalle mura dell’urbe per dedicarsi all’attività fisica.

C’era una volta lo sport dei valori, quello in cui a vincere è sempre il più bravo ed in cui gli avversari sanno accettare la sconfitta con serenità, in un sano rispetto reciproco.

Ma che cos’è oggi lo sport? Un termine avvolto da tante, troppe ombre.

Periodicamente salgono agli onori della cronaca svariati scandali doping. Pensiamo al ciclismo di fine anni ’90, all’Operacion Puerto finita in una bolla di sapone, sino (ed è forse la piaga peggiore) a sostanze utilizzate per anni dagli atleti, prima di diventare illecite (xenon e meldonium gli ultimi due esempi in ordine temporale). Per non parlare di vittorie riassegnate a distanza di decenni, dopati che tornano dopo una squalifica e vincono, pesi e misure diverse utilizzate dalle varie nazioni.

Esiste anche quello che potremmo definire come ‘doping legale’. Cosa significa? La chiave di tutto è la ricerca scientifica. Investimenti milionari per scoprire sostanze che non rientrino tra quelle proibite dalla Wada (World Anti-Doping Agency) ed in grado, al tempo stesso, di accrescere esponenzialmente le prestazioni. Nel momento in cui si comprende come tali sostanze portino effettivamente dei benefici, automaticamente diventano illecite. A questo punto la ricerca scientifica si muove per trovare subito un’alternativa, in un ciclo che si ripete a getto continuo. Sia chiaro: l’utilizzo di sostanze ‘non vietate’ non rappresenta assolutamente doping, tuttavia ci fa comprendere quanto distanti siamo ormai dal concetto originario di sport. In sintesi: puoi anche essere il più bravo, ma forse non vincerai perché il tuo avversario può contare su una ricerca scientifica superiore alla tua.

Una piaga, quella del doping, che giorno dopo giorno sta minando la credibilità dello sport tout court. Gli interessi in gioco, logicamente di natura economica, sono elevatissimi, la sconfitta non contemplata: vincere significa coprirsi d’oro. Ma, attenzione, tutto questo muore senza la passione della gente. Sono gli appassionati che muovono il businness. Senza pubblico (che sia allo stadio o in tv), non esisterebbe lo sport.

Alzi la mano chi, negli ultimi tempi, assistendo ad una competizione, non ha pensato: “Chissà se il vincitore è pulito…Questo podio sarà lo stesso tra 10 anni?“. O peggio ancora: “Tanto sono tutti dopati“. Si sta diffondendo a macchia d’olio un clima di sfiducia e disillusione. E, lo sottolineiamo, sarebbe un vero peccato per tutti quegli atleti che sono assolutamente puliti e leali. E sono tanti! Ma gli scandali a ripetizione non fanno altro che accrescere a dismisura la cultura del sospetto.

Un modo di pensare che, vi assicuriamo, serpeggia anche fra tanti atleti. Persone spesso scoraggiate, il cui pensiero potrebbe essere riassunto in questo modo: “Mi alleno ogni giorno e faccio sacrifici immani. Ma a che serve se il mio avversario avrà l’aiutino?“.

Pensi allo sport e intravedi tante, troppe ombre. Una purezza smarrita, forse per sempre. Di questo passo, siamo sicuri che stiamo parlando ancora di sport?

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federico.militello@oasport.it

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