Tennis, Doping Maria Sharapova: un grossolano errore e l’incertezza delle regole

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“Sono stata trovata positiva all’antidoping agli Australian Open 2016 per aver assunto il meldonium” – sono queste le parole pronunciate da Maria Sharapova, nella conferenza stampa convocata a Los Angeles dalla giocatrice russa, che hanno sconvolto il mondo del tennis e dello sport in generale. Una notizia recapitata all’atleta giorni fa e che, come logico, sta facendo il giro del globo con gli schieramenti dei colpevolisti e degli innocentisti già all’opera a sostegno  delle proprie tesi.

CONFERENZA STAMPA MARIA SHARAPOVA

Da quanto si legge sul sito dell’ITF (Internation Federation Tennis) Il 26 gennaio 2016, la Sharapova, nel corso dello Slam di Melbourne, ha fornito un campione anti-doping alla TADP. Ciò è stata analizzato da un laboratorio WADA, che ha trovato la presenza di meldonium (sostanza proibita dal codice WADA e quindi anche dalla TADP). In questo senso scatterà una sospensione provvisoria con effetto immediato a partire dal 12 marzo. La russa rischia una squalifica di due anni e i suoi legali sono già al lavoro in cerca di attenuanti per cercare di limitare al minimo i danni. “Ho fatto un grande errore. Non posso incolpare nessuno per questo, ma collaborerò con l’ITF” ha aggiunto Maria, visibilmente emozionata davanti la folta schiera di giornalisti che si sarebbero aspettati di tutto tranne che un’ammissione del genere. Ma quali strascichi lascia una vicenda che non mina la sola credibilità della tennista ma di un sistema sportivo troppe volte scioccato da rivelazioni così gravi?

Difficile rispondere ad un quesito così delicato. Di sicuro bisogna analizzare ogni caso nella sua specificità senza cadere nel facile giustizialismo. Per quanto concerne, infatti, la giocatrice citata si parla di “anomalie nell’ECG, fattori di rischio nel diabete, associato al fatto che la sua famiglia aveva avuto questi problemi” – ha precisato John Haggerty, avvocato dell’atleta. Un fattore da considerare che si aggiunge anche all’evidenza che il farmaco usato da Maria, per 10 anni, non era presente nella lista della Wada ed inserito dal 1 gennaio 2016. La negligenza della vincitrice di 5 tornei del Grande Slam è grossolana ma forse anche dagli organi competenti in materia di anti-doping c’è qualcosa da rivedere. La riflessione scontata porta a delle domande: come considerare allora tutti quegli atleti che per anni hanno utilizzato questa sostanza che ora è dopante? La storia andrebbe riscritta e le vittorie messe in discussione? A chi credere?

Ognuno può fornire le risposte che crede però un valido aiuto sarebbe quello di avere maggiore chiarezza e coerenza in certe valutazioni. L’adozione, ad esempio, di camere iperbariche da parte di molti sportivi per il recupero fisico, con alcune federazioni (ad esempio quella italiana) che ne hanno vietato l’impiego e altre lo consentono, porta ad una grande confusione. Un caos non ammissibile in un contesto così all’avanguardia nel quale ogni minimo dettaglio concorre a favorire un soggetto piuttosto che un altro. La certezza, allo stato attuale delle cose, è che il doping, in un modo o nell’altro, è sempre un passo avanti e lede l’immagine dello sport sempre più promotore di un messaggio negativo. Servirebbe una presa di coscienza degli enti responsabili del controllo affinchè le regole tengano conto delle differenti individualità ma nel contempo aprano ad un organo giudicante unico senza “due pesi e due misure” apparenti.

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Immagine: pagina FB Maria Sharapova

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