Rugby, Italia in cenere dopo il Sei Nazioni. Urge una rivoluzione

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Non è la cinquina vincente della tombola di Natale, ma è il numero dei punti subiti dalla nazionale italiana di rugby nelle cinque partite del Sei Nazioni 2016.

Un passivo pesante di 224 punti, che se diviso nel computo delle sfide giocate regala quasi perfettamente una media di circa 45 punti subiti per incontro: qualcosa di spaventosamente negativo.

E pensare che gli azzurri avevano illuso tutti sfiorando il colpaccio in Francia (sconfitta di misura 23-21) e fatto ben sperare dopo un ottimo primo tempo contro l’Inghilterra (9-11, poi terminata 9-40), invece poi con il passare del tempo la china presa con Scozia, Irlanda e Galles è andata sempre al peggio.

In sette settimane quindi sono venuti a nudo tutti i difetti del movimento: dalle problematiche di campo a quelle dirigenziali di uno sport che mai come in precedenza appare alla deriva.

Nel rettangolo di gioco Parisse e soci, fortemente penalizzati dagli infortuni, questo c’è da dirlo, considerando anche la non amplissima base del bacino d’utenza da cui attingere, hanno evidenziato tutti i limiti di una rappresentativa che non riesce a compiere un salto di qualità ormai atteso da anni. Come evidenziato dallo stesso capitano azzurro, è chiaro che dopo tanto tempo ed una World Cup conclusa qualche mese fa ci si trovi davanti ad un cambiamento da affrontare, ma non in maniera arruffata.

Brunel, che è al capolinea della sua avventura da ct, in un bilancio positivo nella prima parte e molto negativo nella sua conclusione, ha mandato in campo tanti giovani e di questo gli va dato atto. Prospetti però, inesperti.
Addirittura provenienti dall‘Eccellenza, campionato su cui la FIR non investe da anni celandosi dietro il progetto delle franchigie in Pro12, le quali a loro volta non hanno migliorato lo stato di salute del movimento.

La gestione dapprima di Dondi e adesso di Gavazzi, in attesa delle prossime elezioni federali, si è rivelata disastrosa: poca chiarezza nella programmazione, mancata unità di intenti, club lasciati alla deriva con tutte le loro difficoltà economiche e l’idea dello sviluppo della FIR solo abbozzata dietro una modifica della sede istituzionale, il merchandising, il brand e la costruzione di Accademie Federali per ora improduttive. Senza dimenticare poi il peso delle dichiarazioni fatte, per il quale ci vorrebbe un amarcord lungo quanto un libro di Harry Potter.

E’ il momento di voltare pagina.

Se qualcuno ai piani alti della palla ovale italiana ci tiene a questo sport deve avviare una rivoluzione che parta dalla base e abbracci tutti i settori nazionali.

Vanno fatte scelte che permettano ai protagonisti sul campo, e non della scrivania, di lavorare con serenità e mezzi a disposizione di alto livello, magari prendendo spunto anche da chi ce l’ha fatta, come l’Argentina, o ce la sta facendo, come il Giappone, ad entrare nell’elite planetaria.

Foto: Twitter FIR

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