Marco Bonitta, uomo e allenatore

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Il quarto posto conquistato ai Mondiali disputati in Italia nel 2014 e l’accesso al prossimo torneo mondiale per la qualificazione olimpica della nazionale di volley femminile sono i più recenti risultati della stessa firma: quella dell’allenatore ravennate Marco Bonitta. E Marco Bonitta è anche lo stesso tecnico che aveva portato le ragazze della pallavolo italiana ai vertici internazionali con la conquista del titolo mondiale nel 2002 in Germania, un orgoglio personale e professionale perché “il vero sogno del gruppo che vinse il Mondiale femminile non era quello di arrivare all’oro, ma piuttosto quello di dimostrare a tutti di essere in grado di fare le pallavoliste per mestiere, non come un passaggio”.
Al giro di boa dei cinquant’anni, dopo ascese e cadute, vittorie e sconfitte, Bonitta ha sentito la necessità di fare il punto della situazione della sua carriera e condensare tutte le sue esperienze sul campo di volley e non nel libro La riga e il cerchio (Aliberti Wingsbert House, 2015) scritto con Doriano Rabotti, giornalista e blogger di “Oltre la rete” e che vede la prefazione del Presidente della Federazione pallavolo Carlo Magri e la postfazione del noto opinionista di Sky Leo Turrini. A ben guardare, non si tratta di un volume per soli appassionati di muri e schiacciate ma sono pagine che rivelano anche i retroscena della pallavolo: i rapporti umani tra allenatore e giocatrici, il duro lavoro in palestra e l’approccio psicologico ai grandi eventi.

Nel ripercorrere le vicende che lo videro vittorioso nella rassegna mondiale del 2002 passando per la caduta voluta dalle stesse giocatrici nel 2006 per arrivare al richiamo in panchina da parte del Presidente Carlo Magri, Marco Bonitta ne approfitta per ripercorrere tutti i passaggi fondamentali della sua vita e del suo lavoro. Vengono così rievocate le vicende familiari del tecnico ravennate, ripercorse le lontane origini istriane e il rapporto con i genitori. Viene rammentata la formazione pallavolistica di Bonitta tramite figure come Alexander Skiba, giocatore e tecnico polacco al quale il CT della nazionale e la “Generazione dei Fenomeni” devono la loro maturazione atletica e professionale, Giuseppe Brusi, prestigioso dirigente del volley ravennate negli anni ’80-’90 e Angelo Costa, uno dei maestri della pallavolo italiana a cui è stato intitolato il Palasport di Ravenna. E vengono anche ricordati gli anni del servizio militare nei paracadutisti, fondamentali in Bonitta per comprendere la migliore organizzazione di un gruppo di soldati.

Senza dubbio la parte più interessante del libro sono le pagine dove il tecnico ravennate ripercorre gli anni del successo mondiale sulla panchina azzurra dove egli riuscì a trasmettere la convinzione alle nostre ragazze di non essere solo delle comparse sulla scena internazionale ma a diventare delle protagoniste assolute. E così vengono ricordate Eleonora Lo Bianco, Francesca Piccinini, Simona Rinieri (con la quale si avvertono ancora delle ruggini dovute alla cacciata del 2006), Manuela Leggeri ed Elisa Togut, la terribile schiacciatrice che, con i suoi “traccianti”, mise in ginocchio gli Stati Uniti nella finale mondiale del 2002 tanto da meritarsi il giusto appellativo di Toga! Toga! Toga! E vengono menzionate anche le pallavoliste che attualmente compongono la nostra compagine, soprattutto quelle che hanno partecipato al recente Mondiale casalingo. Bonitta ne è molto soddisfatto in quanto “[le azzurre] avevano dimostrato che gli italiani possono, pur perdendo, essere orgogliosi del lavoro che hanno fatto [in quanto] il vero messaggio di questo gruppo è stato la condivisione degli obiettivi, ottenuta con i sacrifici di tutti. Ognuna ha rinunciato a qualcosa di individuale per darlo al gruppo”.

Ma lo sguardo di Bonitta non è rivolto solo al passato ma fa il punto sul presente della nostra nazionale femminile di volley. Qui emerge il lato più profondo del tecnico ravennate, formatore ed educatore sportivo allo stesso tempo. Perché fare l’allenatore non è solo curare gli allenamenti e le partite ma riveste un ruolo sociale più ampio partendo da un atteggiamento improntato alla professionalità nel momento in cui si inizia un’attività sportiva a una funzione pedagogica tra gli elementi più esperti e i giocatori più giovani in modo da garantire la continuità della tradizione del volley italiano arrivando a toccare il tema dell’organizzazione interna di un team e delle sue dinamiche interne. E qui il CT azzurro dimostra la sua cosciente evoluzione come allenatore: “Gradualmente ho capito qual era il mio limite. Mi sono reso conto che mi riusciva bene rendere consapevole una squadra, motivarla, fare in modo che per me fosse pronta anche a buttarsi nel fiume. Quello che non sapevo fare era gestire la fase della responsabilità”.

È un Marco Bonitta a tutto tondo quelle che emerge dalle pagine di questo libro, un uomo che ha fatto della pallavolo la sua vita. Un allenatore “diventato” e non “cambiato” come lui stesso spiega illustrando la metafora che da il titolo al libro: “Il concetto della riga e del cerchio è proprio questo: le linee rette non si incontrano, il cerchio invece può essere visto come un insieme di tante piccole linee flessibili, disponibili al movimento, a non restare immutabili. Come un insieme di righe flessibili crea un cerchio, così le persone formano un gruppo per diventare una squadra. Per vincere insieme”.

Di Simone Morichini

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Foto: pagina FB Bonitta

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