Storia delle Olimpiadi: Nedo Nadi, un re italiano ad Anversa 1920

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Insieme al ginnasta modenese Alberto Braglia, Nedo Nadi può essere considerata la prima star olimpica italiana della storia, nonché l’ideale precursore dell’impareggiabile tradizione schermistica azzurra, come ben noto, di gran lunga la nostra maggiore fonte di medaglie a cinque cerchi.

Nedo Nadi fu avviato alla scherma, con il fratello minore Aldo, dal padre Giuseppe Nadi, maestro d’armi fondatore dello storico Circolo Scherma Fides di Livorno. Nella sua palestra i due ragazzi si allenavano con il fioretto e la sciabola, mentre la spada era proibita, poiché ritenuta un’arma “indisciplinata” da Nadi Senior. Nedo era quindi costretto ad andare a tirare di spada altrove, di nascosto dal padre.

Il disobbediente (meno male!) spadaccino livornese fece il suo esordio olimpico, diciottenne, in occasione dei Giochi organizzati a Stoccolma nel 1912. Divenne ben presto il beniamino del pubblico svedese e con il suo fioretto veloce ed imprevedibile conquistò la medaglia d’oro. La Grande Guerra lo costrinse a rinviare ambizioni e soddisfazioni fino al 1920, ad Anversa, dove però riscattò con gli interessi l’assenza forzata dalle pedane di Olimpia.

In Belgio, Nedo Nadi fu il nostro alfiere ed eroe eponimo dei Giochi della VII Olimpiade.
Qui riuscì nell’incredibile impresa di vincere la medaglia d’oro in tutte e tre le armi (fallendo l’en plein solo perché sconfitto da un avversario invisibile): sciabola a squadre e individuale, fioretto a squadre e individuale e spada a squadra. Alla gara individuale non partecipò neppure a causa di improvvisi problemi intestinali.

Per meglio capire cosa rappresentasse Nedo Nadi, non solo per l’Italia, ma per gli schermidori di tutto il mondo, pensate, fu portato in trionfo dagli stessi avversari, divenendo uno dei simboli assoluti di quell’Olimpiade, assieme al fratello Aldo e al “finlandese volante” Paavo Nurmi. O ancora, durante un incontro, all’ammonimento della giuria per un colpo portato con foga eccessiva, il suo dirimpettaio belga si tolse la maschera e gli chiese di insegnargliela. Lui acconsentì e, ripreso il combattimento, lo trafisse con la stessa mossa.
Al re del Belgio Alberto I che, premiandolo per la seconda volta, esprimeva il suo stupore: “Ma lei mi pare di averla già premiata…”, l’estroverso Nedo rispose: “Col permesso di Vostra Maestà, penso che dovrà rivedermi ancora altre volte”. E aveva ragione…

Quante altre medaglie olimpiche avrebbe potuto vincere questo nostro straordinario campione se non avesse saltato gli insanguinati Giochi di Berlino 1916 e non avesse sposato il professionismo ad appena 26 anni trasferendosi in Argentina, dove avrebbe allenato e gareggiato per il Jockey Club di Buenos Aires? Chissà. Di sicuro, Nedo Nadi a Berlino ci andò nel 1936 e, ovviamente, vinse tanto. Da Presidente della Federazione Italiana Scherma, guidando gli azzurri nella più grande affermazione olimpica di questo sport nobile ed emozionante: quattro ori, tre argenti e due bronzi, su 21 medaglie totali in palio.

Era la nazionale degli Edoardo Mangiarotti e Aldo Montano “il pater familias“, dei Giulio Gaudini, Gustavo Marzi, Franco Riccardi, per citarne solo alcuni non a caso. Il buon Nedo non avrebbe potuto lasciare il testimone in mani più sicure, prima di salutare per sempre il suo mondo e quello dei comuni mortali. Da immortale.

 

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Storia delle Olimpiadi, quarta puntata: Pietro Mennea
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giuseppe.urbano@oasport.it

 

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