L’anno zero del taekwondo italiano. Le cause di un fallimento maturato nel tempo

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Il taekwondo italiano non sarà presente alle Olimpiadi di Rio 2016. Dal 2000, anno in cui questo sport fu inserito nel programma a cinque cerchi, non era mai accaduto. Senza girarci attorno: un fallimento. Analizziamone le cause.

– Mancanza di una ‘generazione di mezzo’. A Istanbul erano presenti un campione olimpico di quasi 32 anni e tre giovani di belle speranze ventenni o poco meno. Si comprende come negli anni siano venute a mancare praticamente quasi due generazioni intermedie. Molfetta vinse l’oro olimpico a 28 anni. Attualmente in Italia non esistono atleti competitivi a livello internazionale in un’età che si aggira tra i 23 ed i 29 anni. Probabilmente per troppo tempo ci si è cullati sugli allori dei risultati portati da due fuoriclasse come Mauro Sarmiento e lo stesso Molfetta, venendo a mancare un adeguato ricambio alle loro spalle. Solo di recente è stata invertita la rotta, ma la decisione di investire sui giovani si è rivelata tardiva, almeno in ottica Rio 2016.

– Puntare tutto su un unico torneo. Il preolimpico di Istanbul rappresentava una sorta di all-in: o la va o la spacca. Occorreva approdare in finale per staccare il pass olimpico, in una manifestazione oltretutto di livello medio-alto. Rischioso, troppo rischioso. In precedenza i criteri di partecipazione a Rio 2016 prevedevano la qualificazione diretta per i primi 7 del ranking mondiale, tenendo conto dei risultati maturati nel corso di un biennio. Serviva dunque una costanza di risultati nell’arco del tempo, cui per svariati motivi gli azzurri non si sono mai avvicinati. Molfetta, flagellato dagli infortuni, ha combattuto a singhiozzo, ricordando tuttavia che il pugliese non ha mai brillato nei Grand Prix cui ha preso parte, al pari di Leonardo Basile. Botta e Nicoli, invece, hanno iniziato a conseguire dei risultati importanti quando era ormai troppo tardi per ambire ad una qualificazione immediata, ma nel loro caso l’età rappresenta un’attenuante di non poco conto.

– Il calo fisiologico dei grandi campioni. Carlo Molfetta va ammirato perché ci ha provato e creduto fino alla fine. Tuttavia il fuoriclasse di Mesagne non era più quello del 2012. Troppi infortuni e acciacchi lo hanno tenuto a lungo fuori dalle competizioni, senza dimenticare un’età non più verdissima in uno sport dove freschezza, elasticità e prontezza di riflessi fanno la differenza. Lo stesso discorso vale per Leonardo Basile. Dopo due anni sabbatici, invece, Sarmiento avrebbe voluto rimettersi in gioco per provare ad agguantare la sua terza partecipazione a cinque cerchi. I tecnici, tuttavia, hanno preferito puntare sull’emergente Botta. Nel complesso, si era giunti ormai alla fine di un ciclo: impossibile chiedere di più ad atleti che hanno scritto per anni pagine indelebili di questo sport.

– Tanti talenti, ma ancora acerbi. Erica Nicoli, Licia Martignani e Roberto Botta sono solo alcuni dei talenti di una nidiata che da ormai un triennio sta raccogliendo medaglie a grappoli nelle competizioni giovanili. Soprattutto Nicoli e Botta hanno già dimostrato di poter competere ad altissimi livelli anche tra i seniores. Tuttavia mancano ancora dell’esperienza necessaria per affrontare i momenti più delicati e di massima pressione. Botta, ad esempio, ad Istanbul ha perso contro un avversario alla portata come il polacco Piotr Pazinski, che aveva già sconfitto in passato. Il campano, solitamente arrembante, è apparso troppo remissivo, in sostanza snaturandosi e perdendo per preferenza arbitrale. E’ mancato quel killer-instinct dovuto alla scarsa abitudine a confrontarsi in incontri dalla posta in gioco così elevata.

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federico.militello@oasport.it

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