Creed, Nato per combattere: la recensione. Un ponte tra due generazioni. Rocky commovente

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Un ponte da un campione antico ed immortale ad un giovane rampante, determinato a liberarsi dei fantasmi che ne logorano l’anima per riuscire a trovare la strada della consacrazione personale. 1976-2016. Da Rocky a Creed, Nato per combattere. 40 anni dopo la leggenda di Balboa non solo non appassisce, ma si rigenera spianando la via all’inizio di una nuova saga. 

Adonis Creed è il figlio illegittimo del grande Apollo, prima avversario e poi grande amico di Rocky. Cresce in un riformatorio e, sin da bambino, denota un istinto irrefrenabile nel menar le mani. Intorno agli 8 anni viene adottato da Mary Anne Creed, la moglie del defunto Apollo, che dunque perdona tardivamente la ‘scappatella’ extraconiugale del compagno.

Creed, messa da parte una promettente carriera in un’azienda finanziaria, decide di dedicarsi anima e corpo alla boxe. Dentro di lui è forte il desiderio di ripercorrere le orme di un padre che non ha mai conosciuto, ma per il quale nutre un affetto sconfinato. Si rivolge a Rocky Balboa e, dopo alcuni tentativi, riesce a convincerlo a diventare il suo allenatore.

Si arriverà così fino al match per il titolo con il britannico Ricky Conlan. In mezzo la storia d’amore tra Adonis e Bianca, il cancro che colpisce Rocky e la ferma volontà del protagonista di affermarsi con le proprie forze, senza l’aiuto di un cognome ingombrante.

Eccezionale l’interpretazione di Rocky da parte di Sylvester Stallone, degno vincitore del Golden Globe e candidato all’Oscar come attore non protagonista. Un velo di tristezza e malinconia avvolge tutto il film. Lo Stallone Italiano è preda delle ombre. Non c’è più l’amata Adriana, così come il cognato Paulie (toccante la scena in cui l’ex-pugile parla con loro al cimitero); il figlio Robert si è trasferito in Canada con la compagna. Rocky è rimasto solo. E’ un uomo ormai anziano, che tira avanti per inerzia, rimpiangendo un passato che non tornerà più. Non teme neppure la morte, anzi la intravede quasi come una liberazione nel momento in cui scopre di essere malato. Stallone è formidabile nel trasmetterci vividamente queste sensazioni. Ma, ancora una volta, trova dentro se stesso la forza di rinascere. Adonis diventa il suo scopo, la sua forza. I due hanno bisogno l’uno dell’altro per cancellare le paure e poter di nuovo guardare al futuro con coraggio. “Ad un certo punto bisogna saper voltar pagina“, dice Rocky in una scena particolarmente densa di pathos. Scacciare l’ossessione del passato ed avere la forza di vivere il presente.

Creed diventa lo specchio di Rocky, ne acquisisce i valori, su tutti quello di conquistarsi i successi “una ripresa alla volta“. Come per le pellicole precedenti di Rocky, anche questo non è solo e semplicemente un film che tratta di pugilato, bensì un veritiero e concreto ritratto della vita, dove gli atleti devono prima di tutto battere le proprie inquietudini. Da Rocky a Creed: 40 anni dopo, un ideale passaggio di consegne. In attesa del seguito previsto nel novembre del 2017.

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federico.militello@oasport.it

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