Calcio femminile: cosa chiedere al 2016? Affiliazioni club maschili-femminili ed il professionismo

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In una tavola imbandita di cibarie di ogni genere per il cenone di Capodanno, lì pronte a soddisfare le voglie del momento, si pensa anche a ciò che potrebbe regalarci il 2016, tra sogni e speranze. Una visione che può assumere forme diverse, dal trovare un lavoro stabile e soddisfacente all’acquisto di un cellulare nuovo. Tanti desideri e cambiamenti che vorrebbero esprimere altresì le nostre calciatrici, al termine di un 2015 non proprio da incorniciare. Le motivazioni sono diverse:

  1. Felice Belloli e la sua frase: “Basta, non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche” con deferimento a carico dell’ex Presidente della Lega Nazionale Dilettanti (clicca qui per saperne di più)
  2. Le considerazioni del Presidente del Torino Calcio Femminile Roberto Salerno deferito anch’egli: “Sulla arroganza, prepotenza e strapotere di queste lobby gay si potrebbero scrivere gli ultimi 10 anni del calcio femminile italiano e mi riservo io stesso di documentare ciò che affermo per comprendere, poi, le radici profonde del suo “nanismo”  e la pronta risposta di Patrizia Panico attraverso un video pubblicato sul suo profilo facebook e sul web:

    ECCO PERCHÈ NON CI STO!!!

    Posted by Patrizia Panico on Lunedì 23 novembre 2015

     

  3. Lo sciopero delle calciatrici poco prima del calcio d’inizio della giornata 1 di campionato e poi la revoca improvvisa all’ultimo momento come spiegato dettagliatamente in questo articolo.

Tante situazioni che hanno messo in luce una grande problematica strutturale nell’asset del movimento femminile nostrano, in difficoltà sia da un punto di vista dirigenziale che economico. Le direttive del programma di Carlo Tavecchio faticano a realizzarsi nei tempi previsti e le “guerre intestine” alla LND non sono funzionali alla crescita del mondo pallonaro delle donne. Allo stato attuale delle cose c’è tanta confusione e le società non riescono a garantire la copertura finanziaria adeguata, come l’esclusione della Torres nel campionato di Serie A 2015-2016 conferma (clicca qui per saperne di più). Non basta la nomina di Rosella Sensi alla guida del Dipartimento Calcio Femminile della Lega Nazionale Dilettanti per poter sperare di scuotere davvero da questo torpore il calcio femminile italiano.

Suggeriamo alcuni punti per brevità

  • Dare maggiore continuità alla collaborazione dei club di calcio maschile con quello femminile. Al momento, sono troppo poche le società che hanno aderito a questa iniziativa lanciata, per la prima volta in Italia, dalla Fiorentina. Il progetto realizzato dal Presidente Andrea Della Valle, infatti, è stato replicato in modo scarno (Napoli, Udinese, Bari e Livorno) e a livello di massima serie non c’è chiarezza. E’ evidente che quanto sta facendo la società gigliata è più un’anomalia che un principio.
  • Le affiliazioni citate sarebbero la base ideale per garantire maggiori equilibrio ai team e alle atlete, avvicinandoci ai contesti europei e mondiali in cui strutture di questo genere sono ormai una realtà consolidata.
  • Last but not least, il professionismo per le donne. Una battaglia che ormai va avanti da anni che ha portato anche ad una petizione, poco più di 12 mesi fa, al Presidente del Coni Giovanni Malagò lanciata dalla squadra di rugby femminile di Roma All Reds. “La legge sul professionismo sportivo del 1981 stabilisce che siano il Coni e le singole federazioni a decidere quali discipline sportive possono essere definite professionistiche – chiarisce Chiara Campione intervistata dal corriere.it ed una delle rugbiste delle All Reds.  Le donne sono sempre escluse a causa dei regolamenti ed il caso più eclatante è quello del calcio. Lo stipendio massimo a cui può ambire una calciatrice si aggira attorno ai 6000 euro, effimeri rispetto ai guadagni milionari dei colleghi (uomini). La giustificazione da sempre adotta è che per lo sport femminile, in Italia, c’è “meno mercato” e un numero di tesserate, nel pallone in rosa, pari a 22743. Un dato sconcertante se valutato rispetto ai parametri U.E.F.A in cui sette federazioni hanno più di 60000 atlete iscritte. Ragioni culturali  che però, per la stagnazione in cui versiamo, sono dei veri e propri dogmi. Servirebbe una presa di coscienza formativa per coinvolgere chi vuol giocare a calcio a darvi seguito, attraverso la creazione di Academy ad hoc rispettando quanto previsto dalla norma prevista per l’annata corrente sull’allestimento di un Under 12 (almeno 20 tesserate e poi dalla stagione 2017/18 creare una squadra giovanissime e così via). Fa specie che dopo il terzo posto storico dell’Under 17 ai Mondiali in Costa Rica 2014 si debba apprendere (corriere.it) che Carlotta Cartelli, portiere della nostra rappresentativa, dica: “Ci hanno pagato il viaggio e, dopo la finalina, ci hanno portato al mare per festeggiare. Ma è stata una emozione perché in Italia a vederci giocare non ci sono mai più di 100 persone, lì invece c’erano 30 mila spettatori”. 

E l’attenzione mediatica? Scarsa. Del resto nel Paese che impazzisce per i calciatori, le donne nel calcio sono solo le fidanzate degli eroi delle rettangolo verde, avvenenti e con tanta voglia di mostrare le proprie forme. Forse proprio da ciò si dovrebbe partire.

 

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Immagine: pagina FB Martina Rosucci

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