Storia delle Olimpiadi: Mauro Checcoli, il cavaliere dei due ori

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L’Ingegnere e il Cavaliere: con questi titoli, rigorosamente in maiuscolo, erano conosciuti  Mauro Checcoli e Graziano Mancinelli, i due simboli dell’equitazione italiana degli anni Sessanta e Settanta. I due degni compagni ed eredi della famiglia D’Inzeo, in quel lungo e glorioso solco che aveva iniziato a tracciare Gian Giorgio Trissino.

Oggi vogliamo parlare dell’Ingegnere, che nasce, cresce e studia a Bologna specializzandosi nel settore civile edile. Per lui lo sport, sin dalla più tenera età, è qualcosa da vivere a tutto tondo, come testimoniano le esperienze nella scherma, nell’atletica e nella pallacanestro, con cui sfiorò persino le vette della serie A con l’allora Moto Morini Bologna, che più tardi decise di confluire nella storica Fortitudo.

Ragazzo serio ma sorridente, le case da progettare sono nel Dna di famiglia: il padre lavora infatti in quel ramo e contribuisce alla costruzione degli impianti della società ippica bolognese. A 11 anni scoppia l’amore per i cavalli, anche se poi la scelta tra la palla a spicchi e l’equitazione non rappresenterà un dualismo facile. L’altro dualismo, più compatibile, è quello tra lo sport disegnato e lo sport progettato: Checcoli progetta impianti, tanto da conquistare, nel corso della carriera, prestigiosi premi del Coni in tal senso e da diventare una delle massime maestranze a livello continentale del settore. Checcoli cavalca, vola sui cavalli, vola a Tokyo, sede delle Olimpiadi del 1964.

Piccolo, un po’ sgraziato, il fantino ideale, il giovane bolognese sa sussurrare ai cavalli come nessun altro. Deve esserci una scintilla, forse anche una simbiosi, che unisca cavaliere e cavallo in un unico gesto, in unico destino: quello della vittoria. Si allena ai Prati del Vivaro, badando più al feeling col quadrupede che non alle prestazioni, sino a conoscere il suo Surbean in ogni minimo dettaglio. Potremmo dire che scocca l’amore dopo qualche approccio un po’ balzano, dopo qualche disarcionamento: volano a Tokyo, si conoscono, si “sentono”, si capiscono. E vincono: prima l’oro a squadre, con Paolo Angioni, Alessandro Argenton e Giuseppe Ravano. Poi l’individuale, una vera maratona suddivisa in tre giorni tra dressage, prova di campagna e salto ad ostacoli: di fianco a lui, anzi a loro, il marchese Fabio Mangilli, nobile allenatore, forse anche mentore, del cavaliere dei due ori che vent’anni più tardi sfiorerà un’altra clamorosa medaglia a Los Angeles mentre già si dedicava ad una carriera dirigenziale ricca di successi.

Storia delle Olimpiadi, prima puntata: Dorando Pietri
Storia delle Olimpiadi, seconda puntata: Ondina Valla
Storia delle Olimpiadi, terza puntata: Gian Giorgio Trissino
Storia delle Olimpiadi, quarta puntata: Pietro Mennea
Storia delle Olimpiadi, quinta puntata: Abebe Bikila
Storia delle Olimpiadi, sesta puntata: il massacro di Monaco 1972
Storia delle Olimpiadi, settima puntata: Jesse Owens

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marco.regazzoni@oasport.it

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