Sci alpino: uno sport a rischio per i cambiamenti climatici?

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In diverse località d’Italia, le prime giornate di novembre hanno fatto registrare le temperature più alte di sempre per quanto riguarda questo mese.

Dopo il luglio più caldo della storia, il 2015 inanella altri record ed entrerà senza dubbio nelle primissime posizioni della graduatoria per quanto riguarda gli anni più bollenti: non c’è bisogno di essere né climatologi, né esperti ambientali per comprendere come il clima stia manifestando, anno dopo anno, gli evidenti sintomi di un cambiamento radicale. La temperatura media si alza, i fenomeni meteo si estremizzano, la stagione fredda si riduce sempre più: purtroppo, i mass media non danno la dovuta importanza a tali mutamenti e, anzi, ormai fa più notizia un periodo temporale con condizioni meteo nella norma – ovvero, per quanto riguarda l’inverno nelle aree montuose e in buona parte del Nord Italia, ricco di precipitazioni nevose – che non i tanti, troppi periodi fuori dai consueti canoni. Ciò che oggi è “fuori norma” o “eccezionale”, purtroppo, rischia di diventare a breve la triste normalità, sull’arco alpino come in quello appenninico, nel Grande Nord europeo (vedi la recente cancellazione della tappa di Levi) e in quello americano.

Tutto questo ha ripercussioni notevoli sullo sci alpino. Anche solo negli anni Settanta, stazioni sciistiche poste in zone non particolarmente fredde a 1000-1100 metri di quota potevano offrire stagioni importanti: oggi, sull’arco alpino la “quota di sicurezza” si sta alzando progressivamente e presto potrebbe sconfinare i 1800 o persino i 2000 metri. D’altronde, giornate novembrine in cui, proprio a queste quote, le temperature massime si attestano a 10 gradi non rappresentano un segnale positivo, nemmeno per i più alti ghiacciai la cui continua riduzione è un dato di fatto scientifico aggravato di anno in anno  (basti pensare all’isoterma di zero gradi spesso oltre i 3800 metri nell’ultimo periodo estivo).

Dunque, si rischia seriamente di andare incontro a stagioni invernali e, di conseguenza, stagioni di Coppa del Mondo sempre più ridotte: ad esempio, negli ultimi anni i circuiti minori (dalla Coppa Europa in giù) vivono la triste consuetudine di dover condensare le gare veloci, che richiedono ovviamente tracciati più lunghi, nel giro di poche settimane tra gennaio e febbraio, proprio per le difficili condizioni dei mesi precedenti e successivi. Né si può pensare che i sempre più potenti impianti di innevamento artificiale possano rappresentare una soluzione al climate change: la neve artificiale serve ad ovviare a periodi sì di scarse precipitazioni, ma con temperature comunque accettabili e non eccessivamente superiori agli zero gradi.

In un fosco futuro, che auspichiamo sinceramente di non raggiungere mai, la Coppa del Mondo di sci alpino potrebbe vedersi compressa in un paio di mesi, con gare solo a quote medio-alto e, perché no, alcune prove negli skidome artificiali che stanno generando una certa passione per lo sci anche in località ben lontane dalle montagne. In ogni caso occorre una seria riflessione su come il cambiamento climatico possa influenzare lo sci in quanto turismo e lo sci in quanto disciplina agonistica: ma qualunque riflessione, purtroppo, rischierà in ogni caso di essere spazzata via da una natura sempre più incontrollabile, per responsabilità umane del passato e del presente. 

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foto: credit Fisi

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marco.regazzoni@oasport.it

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