I mali del rugby italiano: la solitudine dei ct azzurri e una piramide senza collegamenti

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Del probabile nuovo allenatore della nazionale italiana di rugby si è già discusso anche su queste pagine (clicca qui per approfondire), ipotizzando il possibile scenario tecnico e gestionale che si parerà di fronte a Conor O’Shea – per molti già dato per certo – a partire dal prossimo giugno, quando l’irlandese dovrebbe diventare la nuova guida dell’Italrugby. O forse qualcosa di più, visto che il 44enne arriva dagli Harlequins con un curriculum in cui è scritto a chiare lettere il ruolo di Director of Rugby, ovvero responsabile di tutta l’intera piramide del movimento italiano: Accademie, Eccellenza, Pro12, Nazionale. Ma, visti i precedenti, l’impressione è che O’Shea dovrà prima pensare a ben altri aspetti prima di puntare al bersaglio grosso.

Come per il suo precedessore, infatti, l’ex estremo della nazionale irlandese dovrà innanzitutto capire a fondo il contorto e profondamente malato sistema italiano, capace di sopraffare anche due ct di assoluto livello tecnico come Nick Mallett e Jacques Brunel. Checché se ne dica – e le critiche sono arrivate anche da OA a più riprese – il francese infatti non poteva non essere considerato un allenatore serio e preparato al momento del suo arrivo in Italia, considerando l’importante carriera svolta fin lì in Francia. E, visti i primi due anni di gestione, le premesse sembravano essere state anche rispettate, nonostante fin dall’inizio non si intravedessero segni di quella promessa di controllare tutta la filiera del rugby italiano (forse il transalpino non era nemmeno la persona giusta?) differentemente da quanto annunciato da Dondi al momento della presentazione di Brunel. La massima popolarità è stata raggiunta dal ct transalpino nel post Sei Nazioni 2013, ma da quel momento in poi il declino è stato inesorabile sia a livello umano che tecnico, fino ai completi disastri dei recenti Mondiali in cui la situazione è evidentemente sfuggita di mano al baffuto allenatore transalpino. In questa sede, tuttavia, ci preme analizzare soprattutto un altro particolare fin troppo ricorrente nelle ultime due gestioni, ovvero la solitudine in cui versa l’allenatore non appena va incontro alle prime – inevitabili, va detto – difficoltà.

Era successo a Mallett, ma ne è stato vittima ancor di più forse Brunel, mai davvero difeso concretamente dal suo datore di lavoro, ovvero Alfredo Gavazzi. Come se le colpe, del resto, fossero soltanto dell’allenatore, certamente non esente da responsabilità (lo ribadiamo) ma a cui non possono essere addossate le colpe di una Nazionale figlia di una Federazione mai davvero in grado di compiere passi in avanti negli ultimi lustri. Il numero uno della Fir, in più occasioni, non ha mancato di ricordare ai media come Brunel non fosse una sua scelta bensì del suo predecessore, sottolineando in maniera nemmeno tanta velata quasi una sua ‘estraneità dai fatti’. Le dichiarazioni di facciata a difesa del presidente sono seguite di pari passo, ma l’impressione è che a restare nella testa del transalpino siano stati soprattutto le uscite fuori luogo di Gavazzi. Le tante sbandate del transalpino non possono dipendere soltanto da questo, sia chiaro, ma la sensazione di ritrovarsi da solo al comando di una nave senza timone come l’Italia non può non aver influito sulle ultime due stagioni dell’ex Perpignan.

Esulando invece dal rapporto più o meno idilliaco tra Brunel e Gavazzi, nella mediocrità generale del movimento italiano a risaltare è stato anche lo scarso affiatamento tra i vari livelli della piramide italiana, in particolare dall’alto verso il basso. Non sapremo mai probabilmente quali direttive abbia dato la Federazione al proprio head coach per quanto riguarda i rapporti con le franchigie celtiche e l’Eccellenza, fatto sta che il lavoro tra Benetton Treviso,  Zebre e Nazionale maggiore non è apparso mai davvero sincronizzato. E le responsabilità, in questo caso, sono da ripartire egualmente tra la FIR, la dirigenza delle due squadre e Brunel. Il massimo organo di controllo italiano, ad esempio, sembra aver fatto ben poco per instaurare rapporti solidi con il club veneto e per avviare una sana collaborazione sia tecnica che gestionale; dal canto suo, d’altronde, nemmeno dalla Ghirada sono mai arrivati eloquenti segnali di apertura e distensione verso la FIR, nonostante il contributo di quattro milioni che essa versa a Treviso (diverso il discorso per le Zebre, federali fino a pochi mesi fa). In mezzo ai due fuochi si è ritrovato e vi è – purtroppo – anche rimasto Jacques Brunel, fermo su una posizione decisamente passiva vista da fuori malgrado qualche frecciatina tirata al Benetton in occasione di una conferenza stampa. Poco, troppo poco, per poter pensare di risolvere la situazione ed avviare dei contatti regolari e degli incontri regolari tra lo staff della Nazionale e il club italiano più forte della penisola. Una via, tuttavia, sembra essere stata scelta da tutti: la perdita di credibilità del rugby azzurro.

– I MALI DEL RUGBY ITALIANO (PRIMA PARTE): LE ACCADEMIE NON SFORNANO TALENTI

– I MALI DEL RUGBY ITALIANO (SECONDA PARTE): ECCELLENZA E PRO12, L`ALTO LIVELLO NON FUNZIONA

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