Ciclismo femminile: arriva il World Tour e non mancano le perplessità

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La rivoluzione è iniziata: dal 2016, infatti, il ciclismo femminile saluterà la storica Coppa del Mondo e darà spazio al World Tour.

Con qualche anno di ritardo, dunque, il pedale rosa raggiunge quello maschile, che dal 2011 si basa su questo format di gare a sua volta erede del Pro Tour battezzato già nel 2005. In tanti rimpiangono la vecchia Coppa del Mondo, anche se questo nuovo calendario ha permesso a diversi paesi emergenti di acquisire notorietà ospitando gare del suddetto circuito. D’altronde il ciclismo è sempre più globale e mentre diverse corse storiche, anche del calendario italiano, chiudono i battenti, dove ci sono i petrodollari o comunque altre possibilità di lauti investimenti il movimento delle due ruote trova nuove frontiere e si adegua di conseguenza.

Una premessa, però, è d’obbligo: il mondo del ciclismo femminile non è lo stesso di quello maschile. Dal punto di vista mediatico, in Italia in particolare l’attenzione è rivolta ai minimi termini e si parla delle ragazze in gara giusto quando – cioè molto spesso – vincono medaglie o prove di indiscusso prestigio. Dal punto di vista economico, le stesse atlete non hanno lo status di professioniste e questo si fa sentire in modo particolare, ancora una volta, nel nostro paese: non è un caso se delle nove azzurre convocate – riserve comprese – per i Mondiali di Richmond ben cinque siano tesserate per una squadra straniera, perché in altri paesi i trattamenti economici sono quantomeno più dignitosi, sebbene il ciclismo femminile riservi ovunque premi e stipendi ben inferiori a quello maschile. Chi rimane a correre in Italia, per poter “sopravvivere” con questo sport deve sperare di avere un ingaggio nei tanto vituperati corpi militari, senza i quali perderemmo molti talenti e, ad esempio, l’attività su pista (bestia nera dal punto di vista economico-mediatico) sarebbe pressoché inesistente. Se le ragazze italiane che militano nella categoria élite sono all’incirca 70 o 80, bisogna sottolineare come la grandissima maggioranza di esse si dedichi al ciclismo solo per un’infinita passione senza ricavarci un sostentamento economico.

D’altronde, le stesse squadre italiane, numerose e assolutamente lodevoli per gli sforzi compiuti, non hanno gli sponsor e di conseguenza i budget di una Rabobank, di una Lotto, di una Boels (nomi e colossi conosciuti ovunque per le loro attività economiche e non solo per le sponsorizzazioni ciclistiche). Il nuovo World Tour femminile comprende 17 prove (qui l’elenco) alle quali parteciperanno di diritto le migliori venti formazioni a livello globale, più eventuali inviti da parte degli organizzatori: a differenze del settore maschile, non c’è l’obbligo di partecipazione, ma si pone ugualmente l’interrogativo circa l’effettiva possibilità economica di tutte queste squadre (lo ribadiamo: specialmente quelle italiane) di sobbarcarsi trasferte che svariano dall’Europa all’Estremo Oriente, sino agli Stati Uniti.

La vera domanda è: il ciclismo femminile è pronto per una rivoluzione del genere? Forse no, se guardiamo i già citati aspetti a cui si deve aggiungere quello puramente organizzativo, basti pensare che se il Giro d’Italia viene svelato con otto mesi d’anticipo, quello Rosa viene presentato in primavera: non è una critica agli organizzatori, ovviamente, perché ben comprendiamo le difficoltà di trovare dei comuni e della città disposte ad ospitare una corsa il cui unico passaggio televisivo è una differita in tarda ora. L’auspicio finale, dunque, è che il World Tour possa non essere una rivoluzione solamente a parole, ma anche nei fatti: ovvero dal punto di vista economico, organizzativo e mediatico. Perché, come abbiamo ripetuto molte volte, una ragazza che pedala fa la stessa fatica di un ragazzo. E merita la stessa dignità, la stessa attenzione, lo stesso trattamento. 

foto: Fabio Pizzuto

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marco.regazzoni@oasport.it

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