Tour de France 2015: Teklehaimanot simbolo del ciclismo globalizzato

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In principio fu Alan Van Heerden, sudafricano di evidenti origini olandesi tradite dalla carnagione chiara, capace di vincere la tappa di Pesaro al Giro d’Italia 1979. Fu quello il primo, timidissimo segnale di un ciclismo che si apriva ai paesi del cosiddetto terzo mondo, se mai il Sudafrica – pur nelle sue inafferrabili contorsioni politiche di quegli anni – possa rientrare in questa definizione.

In anni più recenti ricordiamo la Barloworld, che prima di europeizzarsi con licenza italiana e poi britannica visse la sua stagione d’esordio – era il 2003 – sotto le insegne del Sudafrica: il Continente Nero si affacciava dunque al grande ciclismo, negli anni in cui Robert Hunter, che nero non è, correva e vinceva in maglia Lampre. Poi, dopo il 2010 la rivoluzione: la MTN-Quebeka si fa portatrice di un progetto di team africano più forte e continuativo della Barloworld e il ciclismo inizia a collezionare corse, squadre e corridori da ogni parte dell’Africa, senza trascurare l’apertura, lì senz’altro agevolata dalla ben maggiori risorse economiche, verso i paesi asiatici e in particolare Malesia, Cina e Giappone.

Ma il vero profeta della nuova era di un ciclismo, ora sì davvero globalizzato, è senza dubbio Daniel Teklehaimanot. Senza nulla togliere a Daryl Impey, primo sudafricano e dunque primo africano a vestirsi di giallo due estati fa, questo ragazzone eritreo dal cognome impronunciabile rappresenta meglio di chiunque altro il Continente Nero che prende possesso delle due ruote. Viene da un paese povero economicamente e ricco culturalmente, dove anche l’Italia ha lasciato, in un triste passato, i propri segni: i grandi e secchi altipiani vedono spuntare villaggi sino a quota 2400.

Selezionato dal programma di allenamento Uci World Cycling Centre, nome quantomai esemplificativo, e “scoperto” per la prima volta da Ivano Fanini e dalla sua Amore&Vita nel 2012, oggi Teklehaimanot indossa per il secondo giorno consecutivo la maglia a pois di miglior scalatore a coprire la divisa, ovviamente, della MTN-Quebeka. Diciamolo subito: pur essendo un corridore in sensibile crescita, come testimonia il primato nella classifica dei grimpeur anche al Delfinato, non sarà per nulla facile portare questa maglia sino a Parigi. Certo, le quote da scalare saranno inferiori a quelle della sua Eritrea: tuttavia i passi alpini e pirenaici, i tornanti arditi, i rettilinei infiniti senza pausa non perdonano e potrebbero favorire gli uomini di classifica, che proprio sulle montagne dovranno darsi battaglia non tanto per gli spettacolari pois rossi, ma per la più ambita maglia gialla. Eppure sarà difficile non tifare Teklehaimanot per vedere anche lui, per vedere anche l’Africa, sul podio di Parigi.

foto: Wikipedia

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marco.regazzoni@oasport.it

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