Tour de France 2015: l’urlo di Purito sotto la pioggia

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Forse Joaquim Rodríguez non vincerà mai una grande corsa a tappe, ma in ogni caso resterà comunque nel cuore dei tifosi: è questa una particolarità tipica degli scalatori, “razza” di ciclisti particolarmente propensa ai numeri spettacolari in condizioni improbabili.

Marco Pantani diceva di sé di andare forte in salita per abbreviare la propria agonia: difficile trovare un’immagine migliore per raccontare l’antico mestiere del grimpeur, destinato ad andare forte laddove il grosso del plotone rallenta, incespica, annaspa, pedala pensando già al domani. E se è vero che magari tanti spettatori italiani, travolti da giornate di caldo intensissimo, invidiavano quel diluvio micidiale che ha accompagnato i corridori verso Plateau de Beille, è altrettanto vero che l’invidia sarebbe scemata di fronte alle pendenze e alle tortuosità di una salita che non perdona, forse meno celebre dei passi e delle vette della leggenda, ma ugualmente difficile da affrontare soprattutto se nelle gambe si hanno già tre rispettabilissimi Gran Premi della Montagna.

Si tratta del terreno di Purito, il piccolo sigaro com’è soprannominato dai tempi della Once: al trentaseienne catalano non importa se la salita è dura e secca, come un Mur de Huy, o più lunga e intensa, come quella odierna. Lui va, scala, si mette sui pedali e lascia alle spalle tutti. Uscito di classifica un po’ per sfortuna, un po’ per volontà personale, quest’oggi ha attaccato da lontano, facendo da elastico con Kwiatkwoski per poi staccarlo definitivamente laddove le pendenze diventavano più serie. Terza vittoria di tappa per lui al Tour de France, seconda in questa edizione: forse non vincerà mai un grande giro, ma quando la strada sale non si può non fare i conti con Joaquim Rodríguez.

foto: Laurie Beyler

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marco.regazzoni@oasport.it

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