Tour de France 2015: a caccia del mito

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Domani si parte. Domani inizia un’avventura lunga tre settimane, una cavalcata che offrirà gioia, emozione, dolore, rabbia, sofferenza, grinta, passione, come sempre ripartiti in modo equo o meno a seconda di come disporrà il grande Dio dello sport.

Domani ognuno partirà con un obiettivo ben preciso: vincere una tappa, vincerne due o tre, lavorare per i compagni, semplicemente portare a termine il Tour de France – perché già quella è un’impresa – e poter dire “io c’ero”. Altri, pochi, partiranno per salire sul podio finale, quello che lascia i Campi Elisi sullo sfondo regalando scorci impareggiabili ai fotografi: sette-otto corridori con tale ambizione a stare larghi, quattro i cavalieri su cui puntare maggiormente. Vincenzo Nibali, Nairo Quintana, Alberto Contador e Chris Froome, non necessariamente in quest’ordine.

Vincenzo insegue il mito di Ottavio Bottecchia, il muratore friulano e bersagliere ciclista della Grande Guerra vincitore della Grande Boucle nel 1924 e nel 1925: novant’anni fa, una vita fa, ma è stato l’unico e ultimo italiano a riuscire in questa straordinaria impresa della doppietta consecutiva. Vincere è difficile, confermarsi è ai limiti dell’impossibile, questa è una regola standard di ogni sport particolarmente attuale in una corsa come il Tour de France, nobilitata oltretutto dalla presenza di tutti i migliori interpreti globali delle corse a tappe.

Nairo insegue la storia, la storia che lo porterebbe ad essere il primo colombiano (meglio: il primo sudamericano) su gradino più alto dei Campi Elisi. Già, i latinos esaltano ormai da un ventennio abbondante le grandi folle su Alpi e Pirenei, ma la vittoria più bella, più completa, più “totale” manca ancora e nessuno, nella storia del ciclismo colombiano, ha mai avuto le qualità di Nairo Quintana.

Alberto insegue Marco Pantani, la doppietta Giro-Tour nello stesso anno che dagli almanacchi del ciclismo manca da un 1998 ormai lontano ma certamente mai in oblio proprio grazie alle indimenticabili imprese del Pirata romagnolo. Nel ciclismo moderno un risultato del genere appare oltre i limiti dell’umano: Alberto, già tante volte in carriera, ha quantomeno avvicinato di molto questi confini, dunque ha le carte in regola per provarci sino all’ultima salita.

Anche Chris, a modo suo, insegue la storia, la storia di un ciclismo scientifico, nella quale la preparazione curata in laboratorio nei minimi dettagli è alla base delle performance: il team Sky, su questo, ha costruito un sistema che appariva infallibile, ma che in realtà tende, a causa degli enormi sacrifici richiesti, a “scaricare” in breve tempo gli atleti, basti pensare a Bradley Wiggins. Se il sistema Sky sia non solo infallibile ma anche sostenibile, ce lo dirà Chris Froome, che vuole tornare dov’è stato nel luglio 2013: la concorrenza, però, sembra spietata.

foto: pagina Facebook Tour de France

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marco.regazzoni@oasport.it

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