Rugby, l’Italia e i numeri 10: verso i Mondiali con due aperture e tanti interrogativi

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Sull’atavico problema dei mediani d’apertura dell’Italrugby si è detto e scritto tanto. Non nelle ultime settimane, non negli ultimi mesi e nemmeno negli ultimi anni, ma nell’ultimo decennio. Un giocatore come Diego Dominguez, d’altronde, passa una volta ogni cinquant’anni e di ‘vedove’ del fenomenale numero 10 italo-argentino ce ne sono ancora tante (anche legittimamente). E quell’eredità pesante, a volte insostenibile, ha schiacciato diversi aspiranti a quel ruolo, lasciando svariate ferite nel corso degli anni e un’instabilità ancora oggi in primo piano nello scacchiere azzurro e nella testa di Jacques Brunel, chiamato a preparare un Mondiale con due soli mediani d’apertura. Decisamente troppo poco.

L’addio alla nazionale di Luciano Orquera, arrivato a fine maggio, non è stato una manna dal cielo come molti tifosi ed appassionati, sull’onda delle ultime prestazioni deludenti del giocatore, pensavano. Anzi. Il ritiro dalle scene internazionali da parte dell’ex mediano delle Zebre ha lasciato un buco profondo nelle maglie della nazionale ed ha privato Brunel di un’alternativa professionale ed esperta, seppur sul viale del tramonto. Orquera, in preparazione al Mondiale, sarebbe servito, alla luce delle lacune dimostrate fin qui da Kelly Haimona e Tommaso Allan, a cui il ct transalpino dovrà affidarsi in Inghilterra confidando in risposte ben più positive rispetto all’ultimo Sei Nazioni. Il problema delle aperture da portare ai Mondiali, naturalmente, non nasce e non tramonta con l’addio di Orquera, soprattutto quando si parla di un movimento come quello italiano incapace di produrre tra le proprie mura di casa numeri 10 che possano garantire un rendimento confacente al livello del rugby nostrano. D’altronde, se in nazionale il ruolo di mediano d’apertura non è ricoperto da un prodotto della palla ovale azzurra da ormai quattro anni (l’ultimo è stato Bocchino, con i risultati che sappiamo), un motivo ci sarà. La ricerca spasmodica dello straniero e della naturalizzazione ha portato ben pochi frutti, se non quello di vedere andar via i vari Burton, Di Bernardo e Orquera e di lanciare come titolare un 28enne neozelandese che, fino a due anni prima, giocava nella Serie B italiana, oltre a veder passare al Benetton Treviso e alle Zebre (Aironi compresi) delle vere e proprie meteore la cui utilità spesso è stata quella di occupare uno spot destinato ad una possibile promessa italiana.

La domanda, a questo punto, è legittima: quali promesse? Le gravi carenze italiche nella formazione dei prospetti più interessanti è acclarata e palese quando si parla di mediani d’apertura e di piazzatori, eppure nell’ultimo anno due nomi sono emersi nel panorama dell’Eccellenza e del Pro12: Carlo Canna ed Edoardo Padovani, dal prossimo anno compagni di squadra alle Zebre e rivali per un posto da titolare. Il primo (classe 1992) è stato nominato MVP della stagione nel campionato italiano, il secondo (classe 1993) – seppur con qualche alto e basso – ha dimostrato di valere il livello celtico e di avere ampi margini di miglioramento. Entrambi, probabilmente, meritavano maggiore considerazione da parte di Brunel (Canna è stato inserito nella lista dei 50 ma solo come riserva, Padovani totalmente ignorato) e una convocazione per i ritiri di Villabassa e L’Aquila, quantomeno per cominciare a respirare l’aria azzurra (perché un giorno la respireranno davvero, appare scontato) e, perché no, per aumentare la competitività interna. Per i giovani, però, la porta è rimasta chiusa ancora una volta.

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daniele.pansardi@oasport.it

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