Testa, cuore e coraggio: il sontuoso Giro d’Italia di Fabio Aru

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Brillante nella prima settimana, sofferente ed in grande difficoltà nella seconda e per metà della terza, sontuoso nelle ultime due tappe di alta montagna. Un Giro d’Italia strano ma alla fine quasi trionfale, in cui troppo presto è stato etichettato come campione prima e come bollito (a nemmeno venticinque anni…) al minimo segno di crisi, per poi rivedere tutti i suoi detrattori saltare di nuovo sul carro dei vincitori dopo le due splendide vittorie inanellate a Cervinia e sul Sestriere. Due successi arrivati al momento opportuno, con cui Fabio Aru ha ricordato all’Italia e all’intero mondo ciclistico che quel meraviglioso talento sbocciato un anno fa è più vivo che mai.

Vivo e pronto ad offrire spettacolo anche quando le gambe non giravano a dovere, colpa di quel virus debilitante che lo ha colpito alla vigilia del Giro del Trentino, in piena preparazione alla Corsa Rosa. Già, perché il sardo non è mai stato davvero il più forte in salita e, anzi, in alcuni frangenti gli scatti di un incontenibile Mikel Landa (lui sì, il più competitivo in montagna probabilmente) hanno riportato alla mente il dualismo Froome-Wiggins del Tour 2012, quando il keniano bianco era costretto ad attendere il capitano e compagno di squadra, in difficoltà sotto il suo forcing. Alla mancanza di benzina, tuttavia, il Cavaliere dei Quattro Mori ha saputo sopperire in modo quasi stupefacente per un corridore della sua età (classe 1990: lo ricordiamo, se mai ce ne fosse bisogno), gestendosi in maniera impeccabile e arrampicandosi su ogni rampa con testa, coraggio ed un cuore enorme, che ha contribuito ulteriormente a far innamorare di lui i tifosi e gli appassionati italiani. Senza la giusta testa e l’adeguata lucidità, d’altronde, sul Mortirolo sarebbero fioccati i minuti quando l’ammiraglia dell’Astana ha concesso (giustamente) a Landa di lasciare Aru per seguire Contador, isolando il capitano della squadra kazaka nel momento peggiore. Non sarà ancora un leader carismatico, ma su quelle terrificanti rampe il sardo non si è scomposto ed è salito del proprio passo, limitando i danni come in pochi probabilmente sarebbero riusciti a fare.

La storia non si fa con i se e con i ma, certo, tuttavia appare piuttosto chiaro come senza quella crisi, di fatto, Aru avrebbe potuto giocarsi anche la vittoria del Giro a Sestriere, in virtù della crisi di Contador sul Colle delle Finestre e dell’abbondante minuto recuperato al Pistolero nella tappa precedente, vinta dal Cavaliere a Cervinia con uno scatto di rabbia e di attributi. Lo stesso con cui poi ha fatto sua quella successiva, suggellate da due esultanze in cui c’è tutto Fabio Aru: un corridore divertente e che fa divertire, capace di stregare già le platee nazionali ed internazionali. E di vincere cinque tappe in tre Grandi Giri disputati consecutivamente. Alberto Contador resta ancora un mito irraggiungibile, un campione, un esempio da seguire, con una Maglia Rosa meritatamente sulle spalle. Ma Aru non è poi così lontano e quel bianco della maglia di miglior giovane, presto, potrebbe colorarsi.

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