La ricchezza culturale nella storia delle società sportive italiane

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Come tutte le attività umane con risvolti nella società, anche lo sport ha avuto bisogno del sostegno delle Istituzioni per sviluppare la sua azione sia a livello fisico che a livello culturale. E, come anello di base di tutta la struttura del settore, troviamo sempre le associazioni sportive. Alla ricostruzione della loro storia ed eredità è dedicato il libro di Veruska Verratti, Società sportive e tessuto civile in Italia. Una storia istituzionale (Bradipolibri, 2012), volto a illustrare proprio la grande ricchezza culturale delle società sportive italiane. Grazie a questo agile volume è possibile cogliere sia il lato numerico dello sport italiano e sia la sua ramificazione geografica. In particolare, sottolinea la Docente di storia delle istituzioni sportive presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Teramo, proprio per dare immediatamente un dato al tempo stesso quantitativo che qualitativo, le società sportive centenarie censite al giorno d’oggi sono oltre seicento: “Questo dato ci avverte di una importante continuità nello sviluppo dello sport e delle sue istituzioni nel nostro Paese, in un duplice senso: da un lato ‘di per sé’, disegna una geografia ed una ecologia dello sviluppo dell’associazionismo sportivo, che, sulla base di queste fonti, si può cominciare a tracciare con crescente sicurezza; dall’altro può essere intrecciato con la storia politica e sociale dell’Italia unita, a seguirne i diversi passaggi, in particolare tra Otto e Novecento”.

Dall’Unità alla Prima guerra mondiale

L’associazionismo sportivo cominciò a nascere e a diventare un riferimento sociale già nell’Italia rurale della seconda metà del XIX secolo. Non è una caso che l’inizio della modernizzazione del Paese andò di pari passo con una nuova concezione del rapporto con il corpo e con l’agonismo. Le premesse erano già state gettate nel regno di Sardegna con Carlo Alberto che cercò di dotarsi di un sistema ginnico più moderno e in linea con gli altri Paesi europei pur in stretto collegamento con le attività dell’esercito (ginnastica e tiro a segno). Nel 1869 nasce ufficialmente la Federazione Ginnastica Italiana e “così la vicenda dello sport italiano, alle sue origini, è indissolubilmente legato ad un ruolo pedagogico e educativo: l’associazionismo ginnastico è innanzitutto un fenomeno politico e sociale, un potente suscitatore di entusiasmi nazionali per la formazione del cittadino-soldato. E in un paese in cui le istituzioni unitarie stentano ad affermare il proprio ruolo, la ginnastica metodica o educativa, affiancata da tiro a segno e scherma, coerentemente al progetto affidato alle società ginnastiche, domina le palestre e i campi sportivi italiani”. Tuttavia, nel 1908 i numeri sono ancora molto bassi: circa 12.000 soci iscritti alle società ginnastiche in Italia contro i 770.000 in Germania, 250.000 in Francia e 50.000 in Svizzera. Cominciano a nascere le varie Federazioni sportive nazionali: Sport equestri (1926), Scherma (1909), l’Automobil Club Italia (1905), Canottaggio (1888), Sollevamento pesi (1902) e la FIGC (1909). Parallelamente all’esaurirsi della Federazione ginnastica si sviluppa tutta l’organizzazione dello sport italiano con la nascita del CONI (1914). “Nel complesso del sistema sportivo il decennio che precede la Grande guerra rappresenta un momento di grande sviluppo – seppur disordinato – che radica il movimento in una società italiana in rapido cambiamento. Si forma infatti uno strato di borghesia urbana interessata alle forme ed alle modalità moderne della sociabilità sportiva e della pratica agonistica, che assume così una ormai certificata autonomia dalle altre forme di pratica ginnica, che pure conoscono un significativo sviluppo”.

Lo sport durante il Fascismo

La Prima guerra mondiale rappresentò un momento di fortissima cesura, specie nel rapporto tra forze armate e sport dove, al modello risorgimentale fondato sulla ginnastica, si era sostituito un modello più ispirato al modello anglosassone. L’affermazione del fascismo e l’istituzione del regime di Mussolini misero le attività sportive al centro soprattutto per la loro valenza nazionale. La “Carta dello Sport” (30 dicembre 1928) fornisce un primo orizzonte organizzativo del settore suddiviso tra l’Opera Nazionale Balilla (sport per i giovani), il CONI (agonistica) e l’Opera Nazionale Dopolavoro (sport per tutti). In questi anni venne poi completata la fascistizzazione del CONI, iniziata nel 1926 e proseguita per tutto il ventennio fascista. Nascono l’Aeroclub (1926), il Motoclub (1927), la Federcaccia (1939) e, nel 1933, la Federazione degli sport invernali (FISI). A tale proposito, sottolinea la Verratti, “con il ‘progetto totalitario’ applicato dal fascismo allo sport, nella complessa articolazione delle istituzioni sportive create dal regime, oppure programmaticamente fascistizzate, alla capillare presenza nella società si affianca il corposo piano di investimenti in infrastrutture. Il periodo fascista, con le sue prime forme di massa, segna uno sviluppo quantitativamente rilevante, all’ombra delle istituzioni accentrate del Regime, che sviluppano una linea di investimento nello sport nelle pratiche ginnico-atletiche, funzionali alla mobilitazione del ‘consenso’”. Al momento di entrare in guerra nel 1940, l’Italia aveva 11.267 società sportive con 657.038 atleti inquadrati nel CONI e 520 società e 420.000 appartenenti a GIL-GUF e OND.

Dal Dopoguerra ai giorni d’oggi

Con il crollo del fascismo e l’avvento della democrazia repubblicana, il CONI e le polisportive tornarono ad assumere un significato più propriamente civico: “Il peculiare modello organizzativo dello sport italiano, basato sulle libere società sportive a carattere volontaristico, ritorna ad essere la struttura portante del movimento sportivo e la forza trainante dello sviluppo dello sport nel nostro Paese”. Il CONI, sotto la guida del commissario straordinario Giulio Onesti, aveva cominciato a riposizionarsi con delle precise direttive già nel 1944, soprattutto per quanto concerneva i Comitati Provinciali del Coni (CCPP). Si può dire che parallelamente alla ricostruzione del paese dopo i disastri bellici, si accompagnava una paziente ricostruzione del tessuto sportivo italiano dove le stelle polari erano “la promozione dei giovani, l’apertura internazionale e la collaborazione delle amministrazioni locali [come] elementi-chiave per rilanciare il ruolo e l’identità dello sport, per lo sviluppo di un sistema sportivo rispettoso dei fondamentali valori che lo sport costitutivamente esprime”. Lo sport italiano tornò a rifiorire. I trionfi del ciclismo con Coppi e Bartali, le imprese del Grande Torino, la nascita del Totocalcio e la ripresa dell’interesse verso gli eventi sportivi sancirono l’uscita dal tunnel post-bellico dell’Italia. La Verratti sottolinea anche la firma della la prima convenzione tra il CONI e le Forze Armate il 27 febbraio 1954 al fine di consolidare lo sviluppo e il coordinamento dei gruppi sportivi operanti nelle Forze Armate, nei Corpi militari e di Polizia. Sorgono numerosi enti di promozione sportiva: il CSI (Centro sportivo italiano) nel 1944 d’ispirazione cattolica, l’UISP (Unione italiana sport popolare) nel 1948 e l’ARCI (Associazione ricreativo culturale italiana) nel 1957 per le sinistre, l’ENDAS (Ente nazionale democratico azione sociale) nel 1959 per i repubblicani. Questi saranno i principali canali di promozione sportiva fino agli anni Ottanta. È da rilevare come, dal 10 al 13 novembre 1982, si tenne una conferenza nazionale dello sport a Roma proprio a conferma del rilievo politico e istituzionale dello sport italiano e del CONI. Un decisivo rilancio dell’associazionismo sportivo, specie sotto il profilo sociale, avverrà solamente negli anni ’90 tantoché, nel 1997, vengono censite 45.750 società sportive mentre un decennio dopo, nel 2005 sono ben 83.155. A cavallo del nuovo millennio, “appare chiaro che i sistemi sportivi, così come si erano articolati a partire dall’Ottocento nelle loro manifestazioni nazionali e disciplinari, sono in via di ristrutturazione. C’è prima di tutto un problema di definizione dei confini culturali e organizzativi del continente sport. Ma c’è, soprattutto, una tangibile crescente divaricazione del sistema in molteplici e differenziati sottosistemi. Lo sport di prestazione olimpico, erede non del tutto legittimo della cultura dell’amatorialità mediata dalle esperienze della nazionalizzazione, del primato delle federazioni agonistiche, vive ‘assediato’ dalle logiche della mondializzazione commerciale”. E, arrivando ai giorni nostri, la stessa Verratti si interroga su come le nuove sfide dell’internazionalizzazione e di un’accresciuta competizione mondiale non debbano invitare lo sport azzurro a una riflessione più accurata riguardo “i cambiamenti istituzionali e organizzativi avvenuti, alla qualità e alla diffusione della domanda e alla dinamicità dei mercati [in quanto] le finalità, la valenza e, non ultimo, i numeri del movimento sportivo italiano hanno una forte incidenza ed un sensibile impatto sul tessuto socio-economico del Paese”.

Di Simone Morichini

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