Doping, il documentario shock della televisione francese: un esperimento con cavie umane

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All’interno dell’emissione Stade 2, la televisione pubblica francese ha trasmesso quest’oggi un interessante documentario sulle pratiche dopanti e sugli effetti che queste hanno sugli atleti. Sotto la direzione del dottor Pierre Sallet e con il patrocinio dell’Agenzia Mondiale Antidoping (WADA), otto sportivi volontari sono stati sottoposti a dei trattamenti dopanti da parte di un’équipe medica per la durata di un mese, per poi valutarne le conseguenze.

L’esperimento è iniziato con dei test fisici sugli atleti interessati, per testarne le capacità fisiche in una situazione “normale”. Per un mese, poi, gli stessi sportivi sono stati sottoposti a dei trattamenti dopanti in microdosi, comprendenti EPO, ormoni della crescita e corticosteroidi, per poi concludere il tutto con un’autoemotrasfusione. Dopo un mese, hanno effettuato gli stessi test con effetti stupefacenti, che hanno messo in evidenza enormi miglioramenti nelle prestazioni.

Ho l’impressione di poter correre il doppio della distanza“, ha dichiarato dopo appena dieci giorni di trattamenti il maratoneta Guillaume Antonietti in pieno allenamento. Un parere condiviso anche dagli altri atleti, che hanno inoltre riscontrato dei cambiamenti nei loro comportamenti abituali, come una maggiore aggressività e l’impressione di avere maggiori energie anche nella vita quotidiana, sin dalle prime ore del mattino.

I risultati di fine test sono stati impressionati: in una cronometro di ciclismo, alcuni atleti hanno riscontrato un miglioramento del 5% delle loro prestazioni, come se il ventiduesimo dell’ultimo Campionato del Mondo fosse riuscito a vincere la medaglia d’oro. Sui 3000 metri indoor, invece, il guadagno in termini cronometrici supera anche i trenta secondi, con un incremento percentuale che permetterebbe ad un atleta che si trova oltre la quarantesima posizione nelle liste mondiali di balzare al primo posto. Dei miglioramenti incredibili se si pensa che un programma di doping per un atleta potrebbe prevedere fino a dieci volte le dosi che sono state somministrate alle “cavie” di questo esperimento. Inoltre, come messo in evidenza dal dottor Sallet, i microdosaggi somministrati non hanno causato effetti significativi nel passaporto biologico degli sportivi, mettendo in evidenza ancora una volta le lacune dell’antidoping com’è concepito attualmente.

A destare polemica sono state anche le dichiarazioni di due rappresentanti del mondo scientifico, Julian Savulescu e Bengt Kayser, secondo i quali la soluzione starebbe nel legalizzare l’uso di doping entro certi limiti, passando dalla tolleranza zero ad una sorta di “doping assistito”. Perentoria la risposta di Valérie Fourneyron, ex ministro dello sport ed attuale membro della WADA, che ha escluso ogni possibilità di legalizzazione, promettendo invece nuove modifiche per migliorare l’efficacia del passaporto biologico. Interessante anche la proposta del campione europeo della 50 km di marcia, Yohann Diniz, secondo il quale bisognerebbe utilizzare il cellulare degli atleti per localizzarli ventiquattr’ore su ventiquattro, controllandone quindi ogni spostamento: “Chi è pulito non avrà nulla da ridire“.

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giulio.chinappi@oasport.it

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