Il calcio “perduto” di Valerio Magrelli

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C’è sempre un “inizio” e c’è sempre una “fine” nelle cose. A segnare, fisicamente e psicologicamente, un stacco tra due momenti. Ma, a volte, c’è un inizio che è la continuazione di una fine perché esiste un sottile filo rosso a collegare le due estremità che delimitano tutte le vicende umane. Ed è quello che Valerio Magrelli descrive nel suo Addio al calcio. Novanta racconti da un minuto (Einaudi, 2012), il momento del suo abbandono al calcio giocato non per passare sulle gradinate dello spettatore ma sul lato più intimo del ricordo del gioco più bello del mondo. D’altro canto, com’è stato correttamente osservato, per Magrelli vale la considerazione che “se non si può più vivere il calcio da attore, non vale più la pena neanche di seguirlo da spettatore e all’eterno ragazzo che il pomeriggio scendeva da solo in cortile a calciare il pallone contro il muro ‘per imparare il controllo di palla’, non rimane che la fuga nella memoria, la consolazione di una grammatica di episodi familiare come quella delle sue poesie”.

Il volume è diviso in novanta minuti/racconti, novanta pensieri più o meno lunghi dove il poeta romano riflette le proprie esperienze calcistiche alla luce della sua maturazione prima come ragazzo e poi come uomo. Nel leggere i “minuti” di Magrelli sembra di tornare a palleggiare in strada per battere il proprio record di tocchi, sistemare alla meglio t-shirt e zainetti come pali improvvisati e tornare con la memoria a una sorta di “epopea dei palloni perduti”, sgonfiati, bucati o persi. E in questo tuffo nella memoria, il poeta romano ci dice a che “minuto” ha capito quale fosse il momento di appendere gli scarpini al chiodo: al 24’, un Magrelli quarantenne si accinge a battere una punizione con un suo compagno di gioco che gli da lei: “Del lei in un campo di calcio! (…) Quella fu la mia ultima partita”.

Il calcio visto da Magrelli è un football tinto di romanticismo molto legato al passato dove era “possibile ascoltare i suoni che provenivano dal terreno di gioco, il respiro dei giocatori, il colpo del piede sulla palla”; un calcio meno televisivo, meno patinato ma più vero e capace di trasmettere valori sportivi forti. Il calcio diventa un rito generazionale ma nel transito tra padri e figli avvengono dei cambiamenti non sempre visti con favore dal poeta romano: dal calcio-balilla, al Subbuteo, alla PlayStation (33’), dove agiscono “calciatori-spiriti…che giocano partite immaginarie, su campi immaginari, con voci di cronisti immaginari che commentano risultati immaginari” e il fantacalcio (34’) dove “l’idea ha la meglio sulla sua incarnazione. Scompare il gioco, restano i giocatori, come le estremità di una costellazione favolosa”.

Magrelli ci fa sfogliare un album delle figurine tinto di mitologia del calcio, dove le magliette delle squadre di calcio e delle Nazionali hanno un altro sapore, quasi leggendario, nella semplicità dei colori: l’Italia e il suo Azzurro con lo scudetto tricolore sul petto, l’Arancione dell’Olanda, il Bianco e Nero della Germania e il Blu scuro della Scozia. E nomi di calciatori ormai lontani ma, nell’udirli, sempre con quella forza evocativa e quella potenza immaginifica: Colaussi, Piola, Mazzola, Riva, Rivera, Zoff, Tardelli, Conti, Cabrini tra gli italiani. E, per rimanere ai citati nel libro, Jackie Charlton (27’), Rudi Volk (28’) e Maradona (30’). È un calcio che ha delle connessioni emozionali con le varie generazioni. Nelle pagine di Magrelli, infatti, riemergono episodi “universali” per il loro significato come il ricordare la nascita della AS Roma nel 1927 (55’) o il padre del poeta che scappa in bagno perché non riesce a reggere il vorticoso turbinio d’emozioni di Italia-Germania del 1970 all’Azteca (69’). Ma il libro del poeta romano è anche un omaggio a tutti coloro che non sono riusciti a coronare il loro sogno calcistico. Significativa la figura di Claudio Valigi (86’), giovane centrocampista in forza alla Roma negli anni ’80 e additato da Gianni Brera come tecnicamente superiore persino a Paulo Roberto Falcao, che assurge a simbolo dei tanti che non ce l’hanno fatta. Passando dallo stato di grande promessa ad anonimo calciatore, Valigi, secondo Magrelli, “è il nostro milite ignoto. Rappresenta le decine di migliaia di ragazzi caduti sul percorso della gloria senza arrivare a ottenerla. Lui scivolò a un passo dalla meta, anzi, dopo averla toccata”. I “minuti” di Magrelli sono il giusto omaggio a un’epopea calcistica lontana, ormai silenziosa proprio come quei palloni perduti, passati come gli anni che abbiamo vissuto, da bambini, correndo e calciando su un campo di calcio.

di Simone Morichini

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