Giro delle Fiandre: la storia del Leone Fiorenzo Magni

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Quando venne a mancare, il 19 ottobre 2012, l’impressione comune agli appassionati fu quella della chiusura definitiva di un’epoca. Certo, c’era ancora il “grande vecchio” Alfredo Martini che fino alla scorsa estate ha guidato il ciclismo italiano con la sua inarrivabile saggezza, prima di raggiungere gli altri eroi di quel tempo, ma Magni…era CoppiBartaliMagni. Da dire tutto d’un fiato, nell’ordine preferito; i tre moschettieri amici, nemici e rivali che vinsero tutto quello che c’era da vincere nel ciclismo postbellico, contribuendo non poco alla ricostruzione morale del Paese.

Di Fiorenzo Magni, per la verità, si è sempre parlato poco in relazione al Campionissimo e all’Intramontabile: forse è vero, è quello che ha vinto “meno” (volutamente virgolettato) dei tre, perché gli mancano un Tour de France e un Mondiale; è altrettanto vero, però, che per un certo periodo sulla sua persona ci fu una sorta di “damnatio memoriae” per fargli scontare il passato da volontario nella Repubblica di Salò. Ad ogni modo, il Magni corridore è un grande campione di cui, davvero, si è troppe volte raccontato poco, evitando di enfatizzare alcuni aspetti clamorosi della sua carriera. Come l’essere il più anziano vincitore di un Giro d’Italia, con il terzo trionfo nella corsa rosa datato 1955 a 34 anni e 5 mesi; o il ritiro obbligatorio al Tour de France 1950, in maglia gialla, su pressione dello stesso Bartali che raccontava di essere stato aggredito in corsa il giorno prima (l’episodio passato alla storia come “I fatti dell’Aspin”); ancora, la clamorosa rimonta al Giro di Lombardia 1956 quando, per rispondere ad uno sberleffo della Dama Bianca Giulia Occhini, andò a riprendere un Fausto Coppi lanciato verso l’ultimo, grande successo della carriera con entrambi beffati allo sprint dal francese Dedé Darrigade; oppure, quel Giro d’Italia corso per metà con la clavicola rotta e chiuso ugualmente al secondo posto.

Ma Fiorenzo Magni da Vaiano di Prato, classe 1920, era (è, perché i trionfi sopravvivono alla fine terrena) soprattutto il Leone delle Fiandre. 1949-1950-1951: la corsa belga non conosce altro vincitore diverso dal toscano. Il 1951, in particolare, è l’anno della storia: per il tris consecutivo e per la fuga solitaria di 75 km che glielo consegna, e lo innalza alla gloria eterna; nel 1949, invece, vinse da solo, senza squadra e con un solo meccanico al seguito, in volata davanti a tutti i più grandi. Nessuno ha vinto più edizioni delle sue, nessuno ne ha vinte tre consecutive: il ruggito del Leone si sente ancora oggi e si sente in modo ancora più forte nelle Fiandre, più ancora che in quel Ghisallo dove ha contribuito a creare un ineguagliabile museo del ciclismo.

Articolo originariamente pubblicato il 2 aprile 2014

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marco.regazzoni@olimpiazzurra.com

 

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