Azzurra, la barca che fece strambare l’Italia

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In principio furono Gianni Agnelli e Beppe Croce. L’Avvocato e il presidente della federazione italiana ed internazionale di vela e dello Yacht Club Italiano vennero notati sulla barca di John Fitzgerald Kennedy in occasione della Coppa America del 1962, quella tra il difensore Weatherly, timonato da Emil Mosbacher ed il challenger australiano Gretel, voluta dall’editore Frank Packer ed affidata a Jock Sturrok. Allora la Coppa America era aperta soltanto a due contendenti, bisogna aspettare al 1970 per assistere a una sfida con almeno più di due barche alla ricerca del trofeo più ambito della vela. L’occasione giusta per tentare il primo assalto italiano si presentò allora all’inizio degli anni ’80 e vide naturalmente coinvolti sia Agnelli che Croce. Quei momenti in cui si stava concretizzando la prima esperienza tricolore in Coppa America sono trepidamente raccontati da Cino Ricci, lo skipper di quella fantastica avventura, nel suo libro Odiavo i velisti:

“Febbraio ’81: piove a dirotto e sono in macchina da Forlì a Milano per prendere con me Rolly Marchi e Mario Violati ed andare poi a Torino in Via Marconi 12, ultimo piano, dall’Avv. Agnelli. Ecco il cuore mi riprende a battere. Sento l’adrenalina che mi scorre nelle vene. Ripenso alla parole dell’Avvocato . ‘Ricci mi ha convinto…’. Avevo tanti fogli con me ma non c’è stato bisogno di mostrarli. Ci siamo guardati a lungo negli occhi e ho parlato, parlato…Ci credo, ma mi sembra ancora impossibile. Rivedo la scena. Inizialmente l’Avvocato è un po’ scettico, ma poi comincia a crederci. Sì Ricci, le credo, è un buon progetto…La facciamo…Ma bisogna trovare gli sponsor…Chi ci mettiamo?’ Alza il telefono che rimane a mezz’aria, mi guarda e quasi indovinando il mio pensiero: ‘No, no, la Fiat no…’. E si fa passare Barilla, Cinzano, Pininfarina…Dice a tutti che si fa la Coppa America. ‘Chi ci mettiamo dei nostri?’ E questi: l’Iveco, la Florio…Io sono sorpreso, Non dice vedremo, mi lasci pensare…No, dice proprio: si fa”.

Con una raccomandazione soltanto, però: “Ricci, non andiamo a fare la figura dei cioccolatai…”. Tra gli interlocutori dell’Avvocato c’era anche Luca Cordero di Montezemolo, allora amministratore delegato della Cinzano. Fu proprio il futuro presidente della Ferrari a trovare il nome di quella barca che avrebbe fatto la storia della vela italiana: Azzurra. Non solo italiani naturalmente ma anche investitori stranieri come Karim Aga Khan, il principe ismaelita padrone dello Yacht Club Costa Smeralda subito entusiasta del nuovo progetto.

Ovviamente l’idea nacque qualche mese prima, quando Andrea Vallicelli, figlio di “Baffo”, l’armatore dell’Alboran, chiamò a Roma nel suo studio Ricci. “Te la senti di fare l’America’s Cup?” disse il futuro progettista di Azzurra. Ricci inizialmente si mise a ridere ma capì ben presto che il sogno era possibile. Qualche giorno più tardi, in Florida, il compagno di barca e timoniere di Vanina Tom Blackaller tolse ogni dubbio al marinaio cresciuto nella scuola bretone. Insieme trovarono la migliore barca lepre in circolazione, Enterprise, e rientrati in Italia, dopo un colloquio con i Vallicelliani (lo studio), Ricci contattò immediatamente l’Avvocato, il solo, che poteva dare il via all’impresa. E così fu. Come d’incanto, anche se qualcuno restò a terra (Violati e Landolfi), si formò il Consorzio. Riccardo Bonadeo, Cino Ricci e Gianfranco Alberini, ex ufficiale di Marina plenipotenziario dell’Aga Khan per la vela in Costa Smeralda, erano i vertici operativi. Karim Aga Khan, Gianni Agnelli e Beppe Croce, quelli politico/strategici.

Azzurra fu costruita al Cantiere Yacht Officine di Pesaro in alluminio, come tutti i 12 metri del momento, varata, il 19 luglio dell’82, quando l’Italia era ancora in festa per la vittoria del Mondiale di calcio. In seguito fu scelto anche l’equipaggio: oltre allo skipper Cino Ricci salirono a bordo Mauro Pelaschier (timoniere), Tiziano Nava (navigatore), Stefano Roberti (randista), Nico Reggio (randa, Committee relations), Ennio Buonomo (tailer), Chicco Isenburg (tailer), Laurent Cordelle (tailer), Daniele Gabrielli (tailer), Bepi Maletto (tailer), Franco Zamorani (tailer), Fabio Apollonio (grinder), Mauro Piani (grinder), Andrea De Marinis (grinder), Max Devoto (grinder), Marco Mercuriali (grinder), Dondo Ballanti (drizzista), Niky Mosca (pitman), Paolo Rocca (pitman), Massimo Valentini (midbow) (aiuto prodiere), Lorenzo Mazza (prodiere) e Andrea Giorgetti (bowman).

Undici mesi più tardi, il 18 giugno, dopo un biennio di intensa preparazione, l’imbarcazione italiana si presentò a Newport, nel Rhode Island, con poca esperienza ma con un entusiasmo che venne trasmesso anche ai tanti italoamericani impazienti di vedere Azzurra all’opera.  “Era pazzesco stare lì – ricorda Ricci in un’intervista rilasciata a Alfredo Corallo per skysport.it – i nostri connazionali, spesso bastonati dalla vita, provarono un grande orgoglio, mi ringraziavano continuamente. Ricordo scene commoventi”. Con le prime vittorie in quella che fu la primissima Louis Vuitton Cup, premio allo sfidante istituito per l’occasione, la febbre azzurra colpì anche lo stivale, da Aosta a Siracusa. Un giovane giornalista sportivo inventò addirittura per scherzo una falsa notizia Ansa titolata “Cino Ricci divorato da uno squalo a Newport”.

“Oltreoceano – racconta sempre Ricci in un’ intervista rilasciata a Bianca Ascenti per il Corriere.it – non avevamo l’esatta percezione della passione popolare, quasi dell’innamoramento dell’intera nazione per Azzurra e le sue imprese, della quale ci siamo pienamente resi conto solo al rientro, quando venimmo accolti da una folla festante”.

Per la cronaca Azzurra quella Coppa America non la vinse, arrivò alle semifinali della Louis Vuitton Cup piazzandosi terza in classifica alle spalle di Australia II e Victory ’83, decisamente al di fuori della sua portata, tanto che la prima vincerà la Coppa America spodestando gli statunitensi di Liberty. Quel 12 metri stazza internazionale che oggi si trova a Porto Cervo, tuttavia, cambiò il rapporto degli italiani con quel trofeo che sembrava così distante. La vela, uno sport da ricchi, era entrato nelle case, nei bar, termini come spinnaker e strambata diventarono d’uso comune o quasi, anche bambine oggi trentenni vennero chiamate con quel nome. Un pezzo di storia dell’Italia, prima del Moro di Venezia di Raul Gardini e di Luna Rossa di Prada, Azzurra aveva aperto un mondo e segnato un’epoca.

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francesco.drago@olimpiazzurra.com

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