Rugby seven, l’Italia perennemente in ritardo. A quando una svolta?

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All’inizio della stagione internazionale del rugby seven mancano ormai due mesi. Nel weekend del 6-7 giugno, a Mosca, si apriranno le danze delle Grand Prix Series, il circuito europeo di tre tappe che farà da precursore per il torneo di qualificazione olimpica di luglio, che assegnerà un pass per Rio 2016. L’Italia si presenterà da outsider (anche qualcosa meno…) in entrambe le competizioni e non potrebbe essere altrimenti, considerando il pesante ritardo del movimento del Sevens nel Bel Paese.

Già parlare di movimento, di fatto, sembrerebbe un eufemismo. Del resto, l’unica attività al di fuori dei match ufficiali è l’organizzazione di vari ritiri di pochi giorni per cercare di creare (in qualche modo) un gruppo che possa competere in campo internazionale. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Eccezion fatta per il brillante torneo di Hong Kong della scorsa stagione (qualificazione sfiorata alle Sevens World Series), la nazionale guidata da Andy Vilk ha sempre navigato nei bassifondi del Sevens europeo, raccogliendo alcune sporadiche vittorie e piazzamenti lontani dalle migliori del Vecchio Continente. Inutile prendersela con chi mette la faccia scendendo in campo, naturalmente. A dei ragazzi catapultati dai rispettivi club di Eccellenza, Serie A, B e addirittura C (quindi rugby a XV, tanto per chiarire) per rappresentare il proprio Paese in un altro codice, d’altronde, è difficile chiedere di più. Ma il sistema di reclutamento è soltanto la punta dell’iceberg di uno sport sempre più in crescita a livello mondiale tranne che in Italia, dove la FIR in primis non sembra essersi accorta delle potenzialità del rugby a 7, né dal punto di vista tecnico né da quello del marketing.Tutte le Federazioni di alto livello nell’Union, in un modo o nell’altro, hanno avviato dei progetti di crescita per strutturare ed organizzare al meglio il Sevens, tramite la disputa di vari tornei dopo la stagione del XV (Argentina) o programmi di sviluppo della base, come sta accadendo in Irlanda, l’unica grande nazione a non essere ancora davvero competitiva. Loro, tuttavia, hanno incominciato a muoversi. Noi siamo ancora fermi al palo, quasi disinteressati da uno sport che, come dimostrano le World Series, ha ormai un pubblico importante, nonché un elevato tasso di spettacolarità.

Difficile dire quanto tempo servirà all’Italia per cominciare a muovere qualche passo (i contributi annunciati qualche tempo fa non possono fare testo). Un piano di sviluppo è ancora atteso, la formazione di una qualunque forma di base idem. E intanto Andy Vilk deve attingere da un bacino quantomai scarno, in cui non possono essere certamente compresi i migliori trequarti delle due celtiche ma neanche quelli dei top club dell’Eccellenza. Ognuno tira l’acqua al proprio mulino, d’altronde, con il ct conseguentemente costretto ad andare a pescare i giocatori dagli angoli più improbabili d’Italia. Nello stage di Ginevra in corso c’è anche Mirco Bergamasco (oltre a Odiete e Lazzaroni per restare nella Celtic), certo, probabilmente reputato fondamentale da Vilk per recitare un ruolo da chioccia per i più giovani o, chissà, anche dalla Federazione per cercare di renderlo una sorta di icona. In ogni caso, troppo poco.

 

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